Fragments d’Histoire de la gauche radicale
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Seattle, Napoli, Genova. Verso la ricomposizione del nuovo soggetto collettivo rivoluzionario
Article mis en ligne le 29 janvier 2014

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Come evitare che il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti si trasformi nell’intermezzo spettacolare che conferma il presente stato delle cose ? I trecentomila manifestanti di Genova, il milione di dimostranti che si sono riversati nelle piazze di tutta Italia due giorni dopo la conclusione del G8, sono tornati a casa, ma nulla sarà più come prima. Tutto è infatti tornato in movimento. Il movimento stesso non ha ancora concretamente attraversato le contraddizioni materiali della nostra società, ma le ha dato voce, le ha offerto un immaginario alternativo. Ha di nuovo affermato che ribellarsi non è soltanto giusto, ma anche possibile !
Affinché la ribellione da possibile diventi necessaria, il movimento deve però investire e permeare di sé i soggetti sociali che quotidianamente vivono sulla loro pelle la guerra (di bassa o alta intensità) che il capitale non ha mai cessato e continuamente rilancia : la lotta di classe.
Deve divenire chiaro che la cosiddetta globalizzazione non è soltanto un fenomeno lontano, che riguarda lo sfruttamento "dei paesi poveri" e che induce una sorta di "rivolta etica" nei paesi occidentali, ma è un processo che attraversa la vita concreta di tutti quanti, per mezzo dello sfruttamento universale operato dal capitale totale. Nell’"autunno caldo" prossimo venturo, chiunque combatta per il rinnovo del suo merdosissimo contratto, per la difesa e la riqualificazione della scuola e della sanità pubbliche, per la salvaguardia della propria misera pensione, deve trovare nel "movimento di Genova" una sponda di massa capace di amplificare la propria voce e di radicalizzare i contenuti della propria lotta, superando il rischio di cortocircuitare in una sorta di spettacolarizzazione ritualizzata dell’esemplarità del comportamento di piazza, la cui pur conseguente radicalità non può ergersi a sostituto dell’indispensabile concretezza del quotidiano scontro sul terreno dei bisogni di classe.
Questo passaggio è tutt’altro che scontato e richiede uno sforzo diverso da quello fin qui profuso dal ceto politico del Genova Social Forum. Lo abbiamo già chiarito più volte, ma siamo costretti a ripeterci per non esser fraintesi su questo punto essenziale : il termine "ceto politico" non ha per noi un’accezione necessariamente negativa. Nei periodi in cui il sociale tace, sono proprio i protagonisti (pur oggettivamente "residuali") dei passati cicli di lotte, ed i loro eredi più o meno diretti, che hanno il compito di preservarne la memoria e di mantenere accesa la fiamma del conflitto e della critica radicale. Nonostante tutti i dissensi pur assai aspri che si possono e si devono rimarcare nei confronti dell’operato del Genova Social Forum, non si può però nascondere il versante anche positivo del ruolo che esso ha comunque svolto (sia pur sotto la "pressione" delle svariate componenti della cosiddetta "area antagonista", raccolte nel NetworkcontroG8, e con esso dialetticamente coordinatesi), nel contribuire oggettivamente a rilanciare ed espandere il grido di rivolta proveniente da Seattle, Davos, Praga, Nizza, Napoli, in certo senso "rappresentando" questa rabbia ancora senza volto, perché ancora dispersa nei mille rivoli delle proteste settoriali che si erano incontrate e unite momentaneamente in quelle occasioni.
Quello che si è voluto edulcoratamente etichettare come "popolo di Seattle", sinora, nelle sue diverse, successive manifestazioni, aveva espresso una valenza qualitativamente assai significativa per la sua capacità di evocare un conflitto all’altezza dei tempi, ma dal punto di vista "quantitativo", dell’effettivo radicamento di massa, la nascente lotta contro il capitale totale che con esso aveva iniziato ad affiorare, era ancora fortemente limitata.
Sì, è vero, a Napoli, come abbiamo scritto a caldo, "per la prima volta dall’"evento-Seattle", il territorio metropolitano, ormai pervasivamente sussunto nel ciclo della valorizzazione capitalistica e inquinato dai devastanti processi di una sorta di "mutazione antropologica" indotta dal pensiero unico borghese (dopo il primo segnale positivo, di Ravenna ... che stia rimanifestandosi la ben nota "anomalia italiana" ?!), ha saputo aprirsi ad un vento nuovo, ha saputo "accogliere" chi lo attraversava, testimoniando il proprio rifiuto e la propria rabbia nei confronti dei padroni del mondo e delle loro devastazioni, e riconoscerne l’internità rispetto a se stesso.
Questo è un segnale che non va sottovalutato e che sancisce una svolta, rispetto all’esperienza di Seattle, in cui la metropoli rimase assolutamente impermeabile, di fronte alla "carovana aliena" che la attraversava".
Ma con l’ultimo G8 s’è realizzato un deflagrante "salto quantitativo" che ha definitivamente inverato la condizione necessaria affinché si producesse un reale scarto anche dal punto di vista "qualitativo" : il cosiddetto "popolo di Seattle" è diventato il "movimento di Genova", la capacità di evocare un conflitto radicale è diventata la capacità di praticare a livello di massa quello stesso conflitto.
Genova per due giorni ha costituito l’alveo ricompositivo delle mille soggettività che lì si erano date appuntamento per combattere il nemico comune. Lo spazio simbolico, solitamente appannaggio dei recuperatori politici e mediatici, è stato espugnato, invaso ed egemonizzato dalla concretezza di migliaia e migliaia di uomini e donne, dalla materialità del conflitto di classe. L’evanescente inconsistenza del flusso della comunicazione virtuale, mediata dalla "rete", s’è coagulata nella fiumana variopinta di una massa umana che s’è riappropriata di una città che si pretendeva palcoscenico blindato per l’ennesima kermesse di lor Signori La metropoli capitalistica, quintessenza dell’atomismo e della scomposizione sociale ingenerati dalle dinamiche del capitale totale, si è trasformata nel crogiolo di un nuovo gruppo in fusione. Il soggetto collettivo rivoluzionario che potrà nascere soltanto dalle autonome dinamiche ricompositive dell’intero proletariato universale, a Genova ha cominciato a compiere realmente i suoi primi passi, a manifestarsi concretamente in una pratica di massa infine dispiegata e non più soltanto allusa, sia pur limpidamente.
La traversata del deserto sociale che dura da almeno vent’anni, dunque, sta per terminare definitivamente. E con essa la funzione di quel ceto politico il cui ruolo si giustificava solo in quel contesto.
Ciò per cui esso ha lavorato in questo lungo e difficile periodo si è finalmente manifestato e, come spesso accade in questi casi, le dinamiche di movimento hanno tracimato ben oltre gli alvei per esse presupposti e predisposti. Di fronte a questa situazione, il ceto politico rischia di trasformarsi in casta politicante se non sa trovare in sé la lucidità di fare un doveroso passo indietro.
Il compito che ora ci aspetta non è infatti quello di "rappresentare politicamente" il movimento nei confronti delle istituzioni e del loro gergo politicistico, come dalle più disparate parti si auspica con più o meno sciacallesco "pompieraggio". Si rappresenta soltanto chi non vuole e/o non è in grado manifestare direttamente la propria volontà. A Genova, invece, il movimento ha ripreso la parola, autodeterminandosi senza mediazione alcuna, ed affermando con i comportamenti di piazza un incontrovertibile elemento di assoluta razionalità, ancorché, all’apparenza, di assai scarsa ragionevolezza : il rifiuto, la negazione radicale dello stato di cose presenti. E questo livello di affermazione di sé è oramai dato per acquisito, ob torto collo, dagli stessi apparati istituzionali del potere, prova ne sia il serrato scontro che si è scatenato al loro interno, fra chi progetta di spostare il vertice della Fao di Novembre, da Roma in un’imprecisata località africana, preventivando di relegare anche il prossimo G8 in una sperduta zona delle montagne canadesi, e chi mira invece a rinsaldare il "monopolio della violenza" dello stato, "rilanciando" addirittura un vertice Nato proprio a Napoli, per settembre (e, vedi caso, i "falchi", ansiosi di una rivincita spietata, sono quegli stessi che prontamente si son ammantati di "garantismo", denunciando lo scandalo di un’esecrabile "sospensione dello stato di diritto", di fronte alla mattanza del sabato notte genovese . con buona pace dei nostalgici del "governo amico" !).
Dal canto nostro, sappiamo benissimo che molti dei manifestanti di Genova non erano portatori di una consapevolezza radicale, né di una coerente progettualità. Ma l’esistenza stessa di questo movimento e la condotta di piazza di migliaia di persone, a fronte di una risposta ferocemente repressiva dettata dalla mancanza di spazi di mediazione che connota la situazione economico-politica determinatasi a livello planetario, sono portatrici di un ’alterità radicale che prima o poi non potrà che divenire profonda e diffusa consapevolezza.
Il compito che ora abbiamo di fronte è dunque quello di contribuire affinchè il movimento giunga a radicarsi nella contraddizione che sussume tutte le antinomie del capitalismo : la contraddizione capitale/lavoro. Il conflitto deve giungere ad attraversare il rapporto di salario, senza farsene fagocitare, ma utilizzandolo quale indispensabile fulcro di una critica pratica che lo neghi radicalmente quale immutato fondamento costitutivo dei rapporti sociali di produzione capitalistici.
In questo senso ci pare utile la costituzione, a livello territoriale, di spazi comuni di comunicazione e coordinamento tra tutte le realtà che hanno partecipato alle giornate di Genova. Che si chiamino Social Forum o meno, la cosa ci appassiona assai poco.
L’importante é che in essi si fluidifichino le ossificate divisioni tra le strutture preesistenti e che si utilizzino la visibilità e la credibilità acquisita durante il G8, per aprirsi all’esterno ed entrare in contatto con tutte le realtà che esprimono conflitto, nella condivisa finalità di giungere, senza indebite forzature e pretese di egemonia, ad una reale interazione/fusione con esse.
Siamo purtroppo convinti che questa opera di "mediazione politica" in senso lato, sia ancora necessaria. Ma essa deve essere concepita e praticata con il fine di rendere la mediazione stessa superflua, proprio tramite la fusione con i soggetti sociali che ancora non si esprimono o che, al di là di pratiche di piazza tanto rabbiose quanto effimere, restano sostanzialmente afasici sul piano progettuale.
L’unificazione di un movimento sul piano dell’immaginario collettivo, infatti, non garantisce di per sé il radicamento nella contraddizione capitale/lavoro, l’unica in grado, per la sua centralità nel processo di produzione/valorizzazione del capitale, di essere utilizzata per dare permanenza, incisività e radicalità strategica al conflitto. La forza della massa, riunita in piazza nelle scadenze centrali, rischia di divenire inefficace quando, al di là di queste, quella stessa massa si scioglie e ogni singolo torna atomo impotente nel suo territorio.
Ed è qui che un capillare lavoro di inchiesta deve andare a costituire l’imprescindibile passaggio per innescare il necessario processo di autoidentificazione politica da parte delle infinite soggettività metropolitane. Quella stessa forza di massa, quindi, tramite tale sforzo di indagine su se stessa, può e deve diventare stimolo perché la contraddizione oggettivamente innervata nel processo di produzione capitalistico giunga a trasformarsi in antagonismo soggettivamente consapevole e radicalmente praticato : in autonomia di classe.
In senso direttamente opposto, invece, ci sembra andare la costituzione del neocostituito "Consiglio dei portavoce" del Genova Social Forum (fatta salva, evidentemente, l’esigenza di coordinare le azioni legali). Non basterà certo la parola "portavoce" per evitare che tale struttura si trasformi in una vera e propria organizzazione di (pretesa) rappresentanza politica. Non si capisce, d’altronde, chi abbia nominato questi portavoce e di chi sia la "voce portata".
L’unica investitura che questi "consiglieri" possono esibire è, invero, quella dei rispettivi gruppi di appartenenza, preesistenti alle giornate di Genova. Gruppi che hanno senz’altro la piena legittimità di agire nel movimento, ma che non sono di certo IL movimento tout court. Come è facile capire, una simile pratica non può che portare ad una deriva in senso autoreferenziale di un sedicente gruppo dirigente, con tanto di "seminario interno", da tenersi in qualche segreto chiostro, degno delle più note parrocchie politiche, con la spudorata pretesa di decidere sul "futuro di questa struttura", vale a dire sul suo "diritto" di rappresentare tutti quelli che al seminario stesso non partecipano. Alla faccia di quella "discussione collettiva e trasparente come è nello stile di lavoro ormai consolidato" che pur si pretende rivendicare !
Volendo dare per scontata la buona fede di chi ha optato per questa strada, dobbiamo chiarire con molta franchezza quali sono, a nostro avviso, gli irrefutabili presupposti impliciti di essa : dare corpo ad una rappresentanza significa scegliere il terreno della mediazione, della "democrazia delegata", dell’istituzionalizzazione/omologazione dentro gli apparti del potere costituito. Significa rimanere nel gioco perverso della democrazia borghese, magari proponendosi illusoriamente (o supponentemente ?!) come "sponda sociale" nei confronti dell’"opposizione di centro-sinistra", nel suicida presupposto che la svolta autoritaria mostrata dallo stato a Genova sia solo il frutto malato della destra fascistoide al governo e non il portato ineluttabile dei rapporti sociali di produzione a livello globale, in questa fase storica, di cui è complice, in tutto il mondo, anche la "sinistra" governativa o aspirante tale, compresa ovviamente quella italiana.
Da qui nasce la necessità di accreditarsi come interlocutori credibili e ragionevoli, dimostrando una "maturità politica" capace di resistere alle "numerose provocazioni" tese a "spostare sul terreno della violenza" la "partecipazione di massa", prediligendo le "pratiche di non-violenza e di disobbedienza civile" (di passaggio : a coloro che, nel Social Forum, hanno rivendicato la difesa di piazza nei confronti dell’aggressione poliziesca, si ricorda sommessamente che la pratica della non violenza esclude la resistenza violenta all’oppressione, mazzate comprese).
Ma c’è di più : scavando fino in fondo, emerge infatti l’assunto che sia possibile una globalizzazione "democratica e più umana", fermo restando l’orizzonte, ormai ritenuto definitivamente invalicabile, dei rapporti sociali di produzione capitalistici. L’unica via percorribile sarebbe dunque quella di riformare questa società, assunta come dato naturale imprescindibile.
Ora, che tale pulsione riformatrice si esprima in modo più o meno radicale è in realtà una questione secondaria. Il punto essenziale è un altro : in modo totalmente subalterno al pensiero unico di Monsieur le Capital (pensiero assolutamente "forte", in barba ai tanti grilli parlanti, di una "sinistra" autoflagellantesi per aver osato "pensare in grande", in un tempo ormai remoto), si profila una concezione della storia intesa come susseguirsi di piccoli eventi, in un continuum lineare e qualitativamente omogeneo, privo di grandi fratture e punti di svolta. In altri termini, si attua la rimozione forzata di ogni prospettiva storica che comprenda in sé l’"evento", la "crisi", il "punto di catastrofe", il concetto stesso di rivoluzione ! La nefasta favoletta del’"esodo", se non altro, pretendeva mantenere una prospettiva di alterità possibile, sia pur ingabbiandola in una disarmante utopia di ipotetiche, pulviscolari microsocialità, transumanti fuori dal regno della mercificazione, verso un vaneggiato mondo del "valor d’uso".
Del tutto all’opposto, come abbiamo scritto riguardo a "Le quattro giornate di Napoli" : ""Lor Signori" l’hanno perfettamente capito : il Re è Nudo, di nuovo, ed il loro sporco gioco sta venendo smascherato. E’ il "gioco" di un conflitto di classe che essi non hanno mai cessato di praticare con feroce costanza, un gioco la cui posta va, per loro, ri/facendosi pesante e diverrà ben presto estrema, come estremo già è il degrado dell’"umano" e del "naturale" che oggi impongono al mondo, con sempre più efferato cinismo. [.A Napoli, come a Goteborg e da ultimo a Genova] l’operato delle forze di polizia [.] non è certo una "semplice malaugurata" variabile impazzita (così come, peraltro, non lo sono stati tutti gli omicidi di stato di cui si è da sempre macchiato il cosiddetto "mantenimento dell’ordine pubblico" in tutti i paesi a "democrazia avanzata") : esso costituisce la "risposta preventiva" che il capitale scaglia in forma violentemente repressiva contro i primi segnali di una ripresa della conflittualità, sul piano concreto dello scontro di classe, e non più mediabile sul terreno "inciucistico"-spettacolare".
Di fronte a tale scenario che caratterizza questo inizio di millennio, qualsiasi "autonomia della politica", sia in salsa riformista che giacobina, risulta assolutamente velleitaria e oggettivamente contraddittoria, rispetto ai percorsi di ricomposizione diretta ed autonoma del nuovo soggetto collettivo rivoluzionario, di cui Genova ha espresso la prima esemplare manifestazione concreta e di massa. D’altro canto, qualsivoglia eventuale nostalgica velleità di "recupero" della delirante opzione lottarmatista esprime il medesimo livello di oggettiva conflittualità, rispetto a tale percorso di autodeterminazione del proletariato universale : l’autonomia del militare, come abbiamo più volte denunciato, si inscrive nel ciclo dell’alinazione/mediazione identicamente all’autonomia della politica.
Entrambe mirano comunque a surdeterminare il conflitto sociale, espropriandolo della sua autonoma capacità di espressione diretta e "recuperandolo" oggettivamente ad una pratica ed un lessico assolutamente omologhi a quelli di Monsieur le Capital, in quanto totalmente inscritti nel ciclo dell’astratto ... laddove, per inciso, lor Signori sono da sempre, ed inevitabilmente, maestri insuperabili (do you remember la "geometrica potenza" dello stragismo di stato, con gli annessi reticoli perversi, che hanno attraversato/lacerato tragicamente il corpo dello stesso soggetto collettivo del passato ciclo di lotte, dei sessanta/settanta ?!).

VIS-A’-VIS
Quaderni per l’autonomia di classe

"La volontà del capitalista consiste solamente nel prendere quanto più è possibile. Ciò che noi dobbiamo fare non è di parlare della sua volontà, ma di indagare la sua forza, i limiti di questa forza e il carattere di questi limiti"
Karl Marx




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