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Fragments d’Histoire de la gauche radicale
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Qualche nostra riflessione sulle giornate di Genova
Article mis en ligne le 29 janvier 2014

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I commenti a caldo sugli eventi riportano (soprattutto, com’è ovvio, da parte della stampa istituzionale), le ‘accuse’ dei capi delle organizzazioni presenti a Genova che parlano, quasi unanimemente, di provocatori in combutta con la polizia (addirittura filmati o fotografati), o, nel minore dei casi, di teppisti lasciati liberi di agire che avrebbero comunque fatto il gioco della polizia dandole occasione di attaccare il grosso della manifestazione pacifica.
La prima osservazione che si può fare è che queste accuse si ripetono metodicamente da 25 anni ogniqualvolta una manifestazione di piazza sfugga al controllo dei suoi presunti organizzatori politici. A sentire costoro ci sono sempre teste calde, compagni che sbagliano, persone che ‘cadono nelle provocazioni’ (fasciste o poliziesche), oppure, nei casi più eclatanti, infiltrati.
Questa è l’unica giustificazione di chi, cerca di gestire e strumentalizzare le volontà di protesta di migliaia di persone su argomenti che toccano tutto e tutti, in modi diretti e indiretti.
Ci sono migliaia di motivi per protestare : una congrega di potenti, i più potenti in Occidente, protetti da migliaia di uomini armati di tutto punto, gli stessi uomini che in prima istanza, tutti i giorni, dappertutto, applicano le decisioni dei potenti.
Il G8 non è nulla. Nulla si decide là. Ma è un simbolo. E simbolicamente c’era chi voleva protestare contro di loro. In modi e termini diversi.
E a questo punto bisogna intendersi sui termini.
Contestare democraticamente (che nell’accezione dei cosiddetti organizzatori ed esponenti della ‘società civile’ significa senza offendere, senza fare danni, senza difendersi), significa anche rendersi conto, come giustamente hanno rimarcato gli stessi potenti nonché i loro portavoce, che questi potenti rappresentano nazioni in cui vige la democrazia e che gli stessi sono stati democraticamente eletti dalla maggioranza degli elettori, e che quindi rappresentano tutti coloro che accettano, votando ed accettando i termini della gestione democratica, di essere governati da questo da quello schieramento politico.
E’ un sistema che non lascia spazi : o si accetta oppure no.
In questo senso coloro che pensavano di protestare democraticamente, praticamente manifestavano solo il disappunto di una minoranza istituzionale per le decisioni del governo che loro stessi hanno legittimato votando.
Ci si renda conto : anche se fossero stati un milione di persone, sarebbero stati democraticamente considerati una minoranza. Gli elettori hanno deciso altro, hanno votato altri e gli eletti democraticamente decidono per tutti.Diversi milioni di persone hanno eletto questi potenti. Che gli altri continuino a provare. Gratta gratta magari una volta tocca a te comandare.
A che serve una manifestazione di minoranza ? A sfogarsi, a fare vedere che non si è d’accordo, a cercare di far pressione sui nostri governanti perché prendano decisioni più giuste… chissà perché dovrebbero farlo. Però quando poi ci si trova in piazza, magari per la seconda, la terza, la decima, la centesima volta, dopo anni che si subiscono dall’alto decisioni, limitazioni, oppressioni, ingiustizie, repressioni, violenze, succede altro. Succede che ci si ricorda della rabbia di quando si subiscono dei torti, di come sia impossibile gestire la propria vita perché in ogni suo aspetto siamo limitati e repressi da una sistema che ha fabbricato dei binari predefiniti dai quali è impossibile sfuggire. Succede che ci si rende conto di come non sia neanche possibile capire chi sia il responsabile di ciò che ci accade.
Non è responsabile il nostro datore di lavoro - se non ci fosse lui non si mangia -, non lo è chi ci fa pagare le tasse (anzi, adesso le tolgono direttamente dagli stipendi, così sembra più indolore), non lo è chi ci multa in fondo fa solo il suo lavoro non lo è chi ci insegna da quando siamo piccoli come comportarci un modo comune ci deve essere, se poi c’è chi non lo fa, pazienza e subisci -, non lo è chi ci governa in fondo è l’espressione della maggioranza di noi -, non lo è chi ci manganella e ci arresta qualcuno deve pur farlo, e poi non è con la forza che si fanno valere le ragioni di chi sta ‘sotto’…
Così quando nella vita di tutti i giorni ci rendiamo conto che le cose non vanno, nessuno è mai colpevole, nessuno è responsabile, tutti hanno una giustificazione e non si può fare nulla, se non pregare, votare e chiedere qualche briciola in più (qualche soldo in più, una casetta…).
Per le grandi questioni collettive non ci sono responsabili : inquinamento, fame, malattie, guerre e via dicendo, non trovano mai responsabili. E si resta lì a torcersi le mani, impotenti.
C’è chi è sceso in piazza con questi sentimenti ormai razionalizzati da tempo, chi li ha sentiti emergere durante le ore in piazza. E tanti, molti, hanno sfogato la propria rabbia, sono esplosi, comprendendo come, in queste manifestazioni, non ci sia null’altro da fare che non porti ad una mera scampagnata. Tanti, molti, hanno espresso distruttivamente la propria rabbia e il proprio furore contro un sistema che, questo sì, è un blocco nero, un blocco che non lascia spazio a nessun altro metodo, men che meno quello della autodeterminazione della propria vita.
Ogni essere in gabbia, prima o poi, si ribella, per quanto larga e confortevole sia la gabbia.
Poi possiamo anche dire che la polizia avrebbe caricato comunque, che ha caricato chi non faceva nulla, che altro non aspettavano, che gli piace picchiare, che il clima era comunque di intimidazione, ma il fatto è che non c’era altro modo sensato di porsi di fronte a 8 potenti che decidono per tutti e che si circondano di migliaia di uomini armati.
E chi ha visto la violenza endemica della manifestazione istituzionale, dei suoi blocchi, delle mura, delle divise, ancor prima delle violenze dirette, sa che la responsabilità è dello Stato e dei suoi protettori, altro che provocatori. La loro stessa esistenza è una provocazione, una minaccia.
Quando si protesta contro chi governa il mondo, non ci possono essere mezze misure. Il sistema vuole qualcuno (o alcuni) che governi tutti, e il singolo nulla può. E in questi giorni migliaia di singoli, non certo solo alcuni anarchici (giacché tutto ci interessa meno che cavalcare la tigre), si sono espressi, hanno vissuto senza mediazioni la propria rabbia.
Sappiano, gli ‘organizzatori’, i mediatori, i politicanti istituzionali o meno, che nessuno, né noi, né loro, né nessuno di quelli in piazza ieri e in futuro, può governare la protesta, può imbrigliare la furia di chi tutti i giorni, è costretto a vivere sotto l’egida dello Stato, della Legge, della Giustizia. Costoro, i cosiddetti pacifisti, socialdemocratici, riformisti, non potranno far altro che ricalcare metodi e sistemi di coloro che dicono di contestare : organizzazioni verticistiche e specialistiche, delega, rappresentanza, controllo, censura, repressione. Potere contro il potere. Spariscano. Oppure si rassegnino ad organizzare viaggi per turisti alternativo-antagonisti annoiati, magari per destinazioni esotiche e lontane, che non li tocchino così da vicino nella vita quotidiana.
Alcune note critiche generali e in astratto : il pericolo di queste manifestazioni è che anche i più determinati e sinceri si adagino sul fatto che solo in queste occasioni ci si possa esprimere, cioè solo quando ci sono situazioni di massa, quando la soddisfazione di agire è condivisa da molti, magari quando le proprie azioni hanno diffusione mediatica : il pericolo quindi, sono la rinuncia alla progettualità e l’autocompiacimento.
Ciò che è invece materialmente pericolosissimo è la diffusione di telecamere, video e macchine fotografiche dovunque, anche nelle ‘proprie’ file. Lo strumento maggiormente utilizzato dalla repressione per il controllo, l’identificazione e la repressione degli individui. Bisogna eliminare, innanzitutto tra di noi, questa pratica, questa abitudine stupida ed inutile di filmare e fotografare. La rappresentazione, lo spettacolo della realtà non può far altro che sviare le nostre azioni.

El Paso, domenica 22 luglio 2001




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